Sarà un giorno memorabile per Reggio Calabria: il Tito Minniti inaugura il nuovo e futuristico terminal partenze. Una storia iniziata nel secondo conflitto mondiale e attraversata da crisi, occasioni mancate e chiusure paventate, fino al rilancio targato Sacal, alla crescita record ed al milione di passeggeri sfiorato nel 2025
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C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui parlare di futuro, crescita e prosperità per l’Aeroporto dello Stretto sembrava quasi un esercizio di ostinazione. Il Tito Minniti ha vissuto una stagione troppo lunga e immeritata di incertezze, voli ridotti, conti fragili, fra gestioni in affanno e una paura che a Reggio Calabria nessuno ha mai dimenticato davvero: quella di perdere il proprio aeroporto. Oggi, con l’inaugurazione del nuovo terminal partenze, quella storia può cambiare veramente prospettiva. Le ferite restano, i problemi non spariscono per decreto, però lo scalo si presenta con un’immagine diversa e una possibilità concreta: trasformare il rilancio degli ultimi anni in una fase stabile di crescita.
La giornata di oggi, per questo, rappresenta più di un semplice taglio del nastro. È il punto di arrivo di una lunga rincorsa e, allo stesso tempo, l’inizio della verifica più difficile. È una giornata storica. Perché un terminal nuovo può raccontare molto, soprattutto in una città abituata per anni a difendere il minimo indispensabile. Racconta investimenti, programmazione, fiducia, capacità di guardare al futuro senza arrendersi ad una narrazione – esterna - di perenne condanna all’inferiorità. Racconta anche il bisogno di recuperare tempo perduto, dopo una stagione in cui lo scalo reggino sembrava condannato a vivere sospeso fra annunci, emergenze e ripartenze sempre parziali.
Il Tito Minniti porta dentro le sue piste un pezzo importante della storia di Reggio e della Calabria. Le sue origini affondano negli anni del secondo conflitto mondiale, quando l’area aeroportuale aveva una funzione militare ed era inserita in una geografia segnata dalla guerra. Dopo i bombardamenti e la fine del conflitto, l’aeroporto iniziò lentamente a cambiare natura, fino ai primi collegamenti civili del dopoguerra. Da quel momento, per generazioni di reggini, lo scalo è diventato il luogo delle partenze e dei ritorni, delle distanze accorciate e delle attese, degli abbracci in sala arrivi e delle valigie preparate per studio, lavoro, cure, viaggi, occasioni.
Eppure quella vocazione naturale, per lunghi tratti, è rimasta incompiuta. Reggio Calabria aveva un aeroporto, aveva una posizione strategica, aveva davanti a sé l’orizzonte dello Stretto e la possibilità di servire un bacino molto più ampio dei soli confini comunali. Aveva, almeno sulla carta, tutte le condizioni per diventare una porta d’accesso alla Calabria meridionale e a una parte dell’area messinese. A frenare questa ambizione sono stati negli anni i limiti tecnici dello scalo, la complessità delle procedure di volo, una gestione spesso fragile, la concorrenza interna al sistema aeroportuale calabrese e una politica dei collegamenti troppo dipendente dalle scelte delle compagnie.
Venti di chiusura sono spirati nel decennio scorso. Qualcosa di deprecabile ed assolutamente illogico per una terra dallo straordinario potenziale turistico. Qualcosa di innaturale, se si pensa che Reggio Calabria è una delle prime città del sud Italia ad essere legate al mondo dell’aviazione: già nel 1912, infatti, un gruppo di reggini costituì un comitato per l’organizzazione di una gara di aviazione nella città dello Stretto. Proprio per questo motivo la stagione della gestione da parte di Sogas resta il capitolo più delicato della storia del Tito Minniti. Nata con l’obiettivo di garantire una gestione territoriale dello scalo, la società ha accompagnato per decenni la vita dell’aeroporto, fino a consumarsi dentro una crisi progressiva. Il successivo passaggio alla gestione di Sacal segnò l’uscita dalla fase più buia. L’aeroporto di Reggio entrò nella gestione unica del sistema aeroportuale calabrese, insieme a Lamezia Terme e Crotone. Da lì è cominciata una ricostruzione lunga, inizialmente prudente, poi sempre più visibile. La svolta vera è arrivata con il rafforzamento della strategia regionale, con gli investimenti sullo scalo, con il nuovo protagonismo di Sacal e con l’ingresso più robusto di Ryanair, che ha cambiato in modo radicale la mappa dei collegamenti e la percezione stessa dell’aeroporto.
I numeri hanno fatto il resto. Dopo anni di traffico debole e dopo il crollo inevitabile causato dalla pandemia, il Tito Minniti ha cominciato a risalire. Prima lentamente, poi con un’accelerazione che ha sorpreso anche chi aveva sempre creduto nelle potenzialità dello scalo. Il 2024 ha segnato il primo vero salto, con oltre seicentomila passeggeri. Il 2025 ha portato Reggio Calabria a sfiorare quota un milione, fermandosi poco sotto una soglia che per anni era sembrata irraggiungibile anche nelle più rosee aspettative. Una crescita così ampia ha cambiato il racconto dell’aeroporto: da infrastruttura da salvare a scalo da riorganizzare per sostenere una domanda finalmente esplosa.
È qui che si inserisce il nuovo terminal partenze. La nuova area nasce per dare una risposta concreta a un aeroporto che non poteva più permettersi spazi, percorsi e servizi pensati per numeri più bassi.
Il nuovo terminal partenze rappresenta il primo stralcio funzionale della nuova aerostazione, che nelle prossime fasi del Masterplan aeroportuale licenziato recentemente vedrà il completamento sul fronte airside e l’estensione del nuovo stile architettonico alla facciata lato città. Il terminal si sviluppa in continuità con il fronte nord dell’edificio esistente e si articola su due piani, con grandi superfici vetrate, soluzioni strutturali antisismiche e un sistema di illuminazione scenografica pensato per accompagnare il passeggero lungo il percorso verso i gate.
Nel progetto, l’ampliamento dell’aerostazione viene pensato come un vero landmark ispirato al territorio. La forma sinuosa richiama le onde del mare e le curve delle montagne reggine, in dialogo con la topografia dello Stretto di Messina e con la sagoma dell’Etna sullo sfondo. I nuovi volumi sono caratterizzati da ampie facciate vetrate, pensate per garantire luminosità naturale e trasparenza, mentre le lamelle frangisole orientate orizzontalmente introducono una sfumatura cromatica che passa dal blu al verde oltremare, costruendo un legame visivo immediato con il paesaggio calabrese.
La sala principale si sviluppa a tutta altezza, sotto una grande copertura metallica, con spazi più ampi e luminosi rispetto alla vecchia configurazione. L’idea è quella di un terminal più aperto, più leggibile e più contemporaneo, capace di trasformare anche l’attesa del volo in una prima esperienza del territorio. A rafforzare questa impostazione c’è il progetto luminoso: onde di luce dinamiche attraversano l’area gate e richiamano il movimento del mare, facendo della nuova aerostazione il primo biglietto da visita dello Stretto.
Il terminal, in questo senso, diventa il segno visibile di un cambio di fase. Non basta da solo a garantire il futuro dello scalo, però restituisce una fotografia nuova. Per anni Reggio ha discusso del proprio aeroporto quasi sempre in termini difensivi: salviamo i voli, evitiamo la chiusura, chiediamo più attenzione, protestiamo contro l’ennesimo taglio, speriamo che la compagnia resti. Oggi il discorso si sposta. Si parla di crescita, capacità, servizi, flussi, accoglienza, nuove destinazioni, qualità dell’esperienza aeroportuale. È un cambio di lessico, prima ancora che di infrastruttura. È un paradigma nuovo cui ci dobbiamo abituare anche per chiedere di più per questa terra che ogni giorno sa mettere in mostra qualcosa in più da offrire.
La sfida, adesso, sarà impedire che il rilancio resti legato solo all’effetto novità. Il milione di passeggeri sfiorato non può diventare un traguardo da esibire una volta l’anno. Deve trasformarsi in normalità. E quindi servono rotte stabili, frequenze adeguate, collegamenti affidabili, nuove destinazioni capaci di reggere oltre la stagione, una politica commerciale aggressiva e allo stesso tempo equilibrata. Il contributo dei vettori low cost è stato decisivo, però uno scalo come Reggio Calabria ha bisogno anche di collegamenti essenziali per lavoro, sanità, università, istituzioni, mobilità quotidiana.
Reggio Calabria oggi può guardare al proprio scalo con una fiducia diversa. È già molto, pensando a quanto accaduto pochi anni fa. Il Tito Minniti non è più soltanto l’aeroporto da difendere a ogni crisi, a ogni taglio, a ogni allarme. È una infrastruttura che ha dimostrato di poter crescere, attrarre passeggeri, entrare in una nuova geografia dei collegamenti, accompagnare una parte importante dello sviluppo del territorio.
Da qui in avanti, però, servirà continuità. La vera prova sarà nei prossimi mesi, quando si capirà se il nuovo terminal saprà reggere l’urto della crescita e se il sistema istituzionale sarà capace di accompagnare l’aeroporto oltre l’inaugurazione. Perché il nuovo Aeroporto dello Stretto è finalmente pronto a prendere il volo. Adesso dovrà dimostrare di poter restare in quota.

